Nel corso della seduta del 24 dicembre 1801 all'Académie de Lyon, l'allora ventiseienne André-Marie Ampère iniziò la lettura di un mémoire che intendeva gettare le basi di un sistema «qui se lie a toutes les parties de la physique». Probabilmente Ampère non terminò mai la redazione del sistema. Ciò che resta è solo un manoscritto, probabilmente l'introduzione del mémoire stesso, che è stato pubblicato da Christine Blondel1. Da esso si può trarre un'indicazione chiara sulle idee filosofiche di Ampère a proposito della scienza e sul fine che egli attribuiva alla ricerca scientifica e alla scoperta di leggi scientifiche: la formalizzazione di un sistema capace di cogliere l'unità sottostante i diversi fenomeni fisici. L'unità di elettricità e magnetismo che Ampère seppe realizzare nella Théorie mathématique des phénomènes électrodynamiques, presentata all'Académie des Sciences di Parigi tra il 1820 e il 1825, fu la più importante realizzazione di quel progetto.

La storiografia ha riconosciuto il ruolo importante svolto dalle concezioni filosofiche di Ampère sulla scienza: un ruolo evidente sia nel modo con il quale egli procedette nella ricerca sia nella valutazione dei risultati della ricerca stessa. Kenneth Caneva ha insistito sulla vicinanza teorica di Ampère a Oersted, con il quale condivideva la possibilità e l'importanza di giungere alla scoperta di una causa ultima che potesse spiegare unitariamente i fenomeni chimici, luminosi, elettrici, magnetici e termici2. Blondel ha ricordato i forti interessi filosofici di Ampère, i quali furono sempre connessi, e mai contrapposti, a quelli per la matematica, la chimica e la fisica. In particolare ha ricordato la relazione con gli amici filosofi e psicologi della Société chrétienne di Lione, tramite i quali avrebbe anche maturato una conoscenza della filosofia tedesca, e con Marie François Pierre Gonthier Maine de Biran.

E' proprio la recente pubblicazione dello scambio epistolare con Maine de Biran che offre lo spunto per una riconsiderazione della presenza e del ruolo della filosofia in Ampère. La Correspondance philosophique Maine de Biran - Ampère, tome XIII-1 des Oeuvres de Maine de Biran, editée par André Robinet et Nelly Bruyère, Paris, Vrin, 1993 rappresenta forse la testimonianza più evidente e più vivace della profondità del coinvolgimento di Ampère nel pensare filosofico nel senso più ampio del termine - ovvero non confinato alla filosofia e metodologia della scienza. Grazie ad essa sembra possibile cogliere in modo più distinto il senso del rapporto di Ampère con la filosofia tedesca tra Settecento e Ottocento, ovvero non solo con Kant ma anche con i pensatori postkantiani.

La Correspondance e la metafisica kantiana

Ampère e Maine de Biran corrisposero in modo abbastanza regolare nel corso di 14 anni, dall'agosto 1805 all'agosto 1819. Le lettere mostrano aspetti della personalità dei due autori che meritano di essere richiamati: 1) la maggior dimestichezza di Maine de Biran con il linguaggio e l'argomentare della filosofia; 2) il continuo impegno di Ampère al fine di essere considerato un degno interlocutore; 3) la convinzione, da parte di entrambi, di avere trovato nell'altro un critico severo e uno sprone al miglioramento dell'elaborazione concettuale.

Data l'estensione temporale del carteggio e la reciproca fiducia dei due interlocutori, non è sorprendente che l'epistolario presenti molti dei temi più celebri della riflessione filosofica di Maine de Biran e di Ampère. In particolare, del secondo si può seguire l'elaborazione di quel faticoso progetto che fu la classificazione delle scienze secondo la natura dell'intelletto, progetto che si compì nella pubblicazione dell'Essai sur la philosophie des sciences (1834), due anni prima della morte dello scienziato. Ma non è guardando a questo tema che si può cercare di comprendere meglio la posizione concettuale di Ampère rispetto alla filosofia della propria epoca. Anzi, probabilmente è proprio un eccesso di attenzione alla filosofia della scienza che ha favorito un indebito ridimensionamento di quella che, forse arditamente ma pur sempre legittimamente, si può chiamare la metafisica di Ampère.

Metaphysics, del resto, è il titolo di un capitolo della biografia scientifica che James R. Hofmann ha dedicato allo scienziato francese3. Qui si ricorda che Ampère definì la metafisica «la sola scienza veramente importante» e che vi si dedicò con dedizione. Non si potrebbe spiegare altrimenti la scelta di partecipare al «prix d'analyse des sensations et des idées» bandito dalla II Classe dell'Institut nell'anno XI del calendario rivoluzionario (1802-03). Anche in questo caso Ampère non concluse il mémoire che, come recitava il titolo del concorso, doveva «determiner comment on doit décomposer la faculté de penser, et quelles sont les facultés élémentaires qu'on doit y reconnoître». Le pagine redatte e conservate, però, testimoniano con chiarezza che Ampère intendeva affrontare le questioni della filosofia nella loro generalità, non solo in relazione alla natura delle scienze. Nell'introduzione al manoscritto, ad esempio, egli insisteva sul fatto che il discorso filosofico non potesse essere ridotto alla gnoseologia ma dovesse anche contemplare la morale4.

Questo e altri manoscritti, inoltre, consentono a Hofmann di mostrare che la riflessione filosofica di Ampère fu guidata da un'istanza sistematica che aveva in Kant il principale punto di riferimento. La distinzione kantiana tra cosa in sé e fenomeno rappresentava il punto di partenza e lo scoglio da superare per la speculazione dello scienziato francese. Ampère riteneva che il limite posto da Kant alla inconoscibilità del noumeno si risolvesse nella rinuncia alla conoscenza della realtà. A suo parere, invece, la scienza poteva scoprire la vera struttura causale della natura e questo era possibile soltanto se la scienza fosse stata costantemente accompagnata dalla riflessione filosofica5. Secondo Hofmann questa propensione al superamento di Kant sarebbe stata sostenuta da un'errata lettura dell'opera kantiana, non diretta ma mediata dalle coeve esposizioni (non traduzioni) francesi della Critica della ragion pura. Soltanto Maine de Biran avrebbe cercato, senza successo, di orientare l'amico verso un'interpretazione più fedele della cosa in sé6.

Nel loro complesso, le considerazioni di Hofmann tratteggiano la figura di un Ampère entusiasta quanto ingenuo - per non dire rozzo - filosofo. Alcune pagine della corrispondenza con Maine de Biran, confortate da altri episodi della sua vita e dalla lettura di altri suoi manoscritti, inducono però a riconsiderare questo quadro. Ad esempio, se si guarda a una lettera del 10 gennaio 1806, non sembra ammissibile il giudizio secondo il quale Ampère non capì il significato del criticismo kantiano: «vous voyez que je me rapproche de Kant en prenant l'origine de ces idées [spazio, tempo, sostanza] dans nos facultés primitives de coordinations, mais je n'en tire pas les mêmes conséquences que lui, relativement à la non-réalité de ces idées»7. Al contrario, appare evidente che Ampère colse con chiarezza la posizione kantiana e con altrettanta lucidità intese metterla in discussione.

Dal canto suo, Maine de Biran non sempre si applicò alla difesa del kantismo contro la presunta errata interpretazione di Ampère. Nel 1808, al contrario, rimproverò l'amico di essere acquiescente alla concezione kantiana «de l'intelligence considérée comme passive et réduite à certaines formes naturelles»8. Una considerazione di questo genere da parte di Maine de Biran, teorico dell'io come forza agente, non stupisce. Tuttavia l'attribuzione a Kant di una concezione passiva dell'intelligenza alimenta qualche dubbio sul fatto che Maine de Biran potesse essere colui che spiegava ad Ampère il vero significato del criticismo.

Importanti discussioni su Kant sono anche nelle lettere del 1810. Qui, forse, la posizione biraniana appare più autenticamente kantiana di quella di Ampère. Era Maine de Biran che sosteneva risolutamente l'inconoscibilità dei noumeni, mentre Ampère cercava di giustificare il realismo, la conoscenza filosofica e scientifica con la nozione di «relations supposées entre les nomènes»9. Eppure Ampère non si lasciò intimidire: «vous me dites que vous en êtes à concevoir comment j'ai dénaturé les sens des mots subjectif et objectif. C'est vous qui changez entièrement le sens que leur a donné Kant». La sua accusa fu che la posizione biraniana aveva il torto di ridurre il kantismo allo spinozismo10.

Queste prime considerazioni mostrano con sufficiente chiarezza che il rapporto dei due interlocutori con la filosofia kantiana non è riducibile a uno schema che releghi Ampère al ruolo di ingenuo entusiasta con ambizioni metafisiche. Altri momenti dello scambio epistolare, così come alcuni manoscritti citati dallo stesso Hofmann, mostrano che nel confronto con i temi e il linguaggio del criticismo Ampère era tutt'altro che incauto o inconsapevole della difficoltà degli argomenti. Un documento dell'inizio del 1813 indica con chiarezza il percorso concettuale di Ampère: egli ammetteva l'inconoscibilità del noumeno ma cercava di giustificare la conoscibilità delle relazioni tra i noumeni. La sua idea era che le leggi e le connessioni tra i fenomeni (stabilite scientificamente) fossero ontologicamente fondate in leggi e connessioni tra i noumeni, dimostrabili con il concorso della filosofia, della logica e della scienza11. E' comprensibile che innanzi a posizioni di questo genere, nelle quali ciò che andava dimostrato - la regolarità delle relazioni fenomeniche - diventava strumento dimostrativo per una realtà ancora più incerta - le relazioni tra i noumeni -, Maine de Biran sollevasse obiezioni risolute. Dal canto suo Ampère manteneva le proprie idee non per ignoranza del vero significato della kantiana cosa in sé o per insufficiente predisposizione all'argomentare filosofico. La sua convinzione era che il criticismo fosse una filosofia incompiuta, ancorata a una discussione formale sul sapere, incapace di offrire contenuti e di parlare del mondo così come è. Sarebbe errato leggere come dimostrazione di ingenuità l'orgoglio con il quale Ampère rivendicò l'originalità e la superiorità della sua filosofia rispetto a quella dei grandi filosofi dell'età moderna. La sua non era una metafisica ammantata di criticismo, bensì era un'elaborazione del criticismo stesso che andava oltre Kant, un realismo che si opponeva all'idealismo kantiano12.

Ampère e la filosofia tedesca

Per comprendere appieno quanto Ampère scrisse a proposito di Kant è necessario superare un luogo comune tanto tenace quanto diffuso: che il francese abbia avuto soltanto una conoscenza mediata e approssimativa del criticismo. Altrimenti non si può fare altro che giudicare Ampère insieme ai filosofi francesi suoi contemporanei: pensatori che discettarono lungamente e inutilmente di un Kant fittizio e non letto, pensatori quasi totalmente all'oscuro di quanto stava accadendo in Germania nell'ambito della speculazione postkantiana. In un importante studio sull'affermazione della filosofia kantiana in Francia, Maximilien Vallois è stato molto esplicito in proposito: delle decine di testi, articoli, riassunti che si proposero di esporre in francese il criticismo, nessuno riuscì a dare di esso una presentazione fedele, efficace e attendibile. A proposito del celebre testo di Villers (utilizzato anche da Ampère), Vallois ricorda la durissima critica di Schelling, secondo il quale la filosofia di Kant era presente in quel libro soltanto nel titolo13.

Se invece si guarda alla Correspondance con Maine de Biran e alla storia della diffusione del pensiero tedesco in Francia tra Settecento e Ottocento, si può tentare di proporre un'immagine di Ampère molto diversa. In particolare, si può sostenere che egli fosse dedito alla filosofia con la consapevolezza di quanto stava accadendo in Germania e che fosse guidato alla critica e al superamento del kantismo dalla convinzione di condividere le istanze dei filosofi tedeschi postkantiani.

Iniziamo dalla possibili fonti per una conoscenza della filosofia tedesca da parte di Ampère. Innanzitutto bisogna ricordare che fino a tutto il primo decennio dell'Ottocento, i testi degli accademici di Berlino furono stampati in francese nei Mémoires de l'Académie royale des Sciences et Belles-Lettres. E dato che l'Accademia berlinese delle scienze, a differenza di quella parigina, comprendeva anche la classe di filosofia, i francesi ebbero la possibilità di essere al corrente del dibattito filosofico berlinese senza bisogno di mediazioni e traduzioni.

E' poi importante menzionare le riviste francesi che, a partire dal periodo immediatamente successivo al Terrore, diedero ampio spazio alla presentazione e discussione della filosofia tedesca contemporanea. Si pensi a La décade philosophique, littéraire et politique (divenuta in seguito La revue philosophique, littéraire et politique), pubblicata tra il 1794 e il 1807, oppure al Magasin encyclopédique, ou journal des sciences, des lettres et des arts di Aubin Louis Millin, attivo dal 1795. Vi si trovano esposizioni dei «progressi» della filosofia tedesca, presentazioni della filosofia kantiana e del dibattito tedesco su di essa, recensioni di opere filosofiche tedesche e delle loro eventuali traduzioni francesi14. Un importante strumento per la diffusione del pensiero filosofico tedesco in Francia fu anche la Bibliothèque germanique, nella quale furono pubblicati sunti o traduzioni parziali di opere filosofiche come le Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menscheit di Herder o la Bestimmung des Menschen di Fichte15.

Infine va citata l'ampia e importante Histoire comparée des systèmes de philosophie di Joseph Marie Degérando, una fonte di primaria importanza per la conoscenza della filosofia tedesca. In essa la filosofia kantiana e postkantiana veniva trattata con grande ampiezza e completezza, secondo un principio classificatorio che dopo Kant introduceva Jacobi, Maimon, Reinhold (primo sistema postkantiano), Schulze (neoscetticismo), Fichte (secondo sistema postkantiano), Schelling (terzo sistema), Bouterwek(quarto sistema), Bardili (quinto sistema)16.

Torniamo ora allo scambio epistolare con Maine de Biran. In esso si può cogliere un processo di familiarizzazione con la filosofia kantiana e di ampliamento degli orizzonti filosofici. Nel corso degli anni Ampère manifestò una sempre maggior curiosità che lo portò a oltrepassare i più consueti ambiti del dibattito filosofico francese, connesso alla rielaborazione delle concezioni sensistiche (Condillac) e del senso comune (Reid) per opera degli idéologues. In questo processo ebbe un ruolo importante anche Maine de Biran, ma sarebbe errato attribuire a lui solo ogni merito. Le lettere di Ampère mostrano infatti una vivace autonomia di pensiero e una notevole capacità di iniziativa. Dopo avere appreso da Maine de Biran che bisognava guardare a Reid per una distinzione tra sensazione e percezione caratterizzata da «exactidude» e «précision», Ampère si dedicò alla lettura del filosofo scozzese e non esitò a criticarlo. Ne menzionò «la supposition ridicule d'une perception immédiate», lo giudicò decisamente inferiore rispetto a Kant, ma lo difese contro Maine de Biran quando ritenne che «vous êtes en contradiction complète avec Reid sur un point où je trouve qu'il a évidemment raison»17. In una lettera a Roux-Bordier del febbraio 1813 la vocazione filosofica e l'indipendenza rispetto a Maine de Biran si palesarono con veemenza: «Quant à Maine Biran, mes idées, sans combattre directement les siennes, les ont tellement bouleversées, que je ne crois pas qu'il publie son ouvrage, dont il dit qu'il est fort dégouté, sans le refondre entièrement; quant à moi, je ne rêve qu'à la publication du mien, sous ce titre: Introduction à la philosophie. ... Je vous dirai que j'ai tellement changé les idées de Maine Biran au sujet de Kant qu'il me disait ce matin que Kant était le plus grand métaphysicien qui eût jamais existé. Au sujet de Reid et de l'école écossaise, j'ai su ce qu'on en pense à Londres. Il y a, dans cette dernière ville, une école très rapprochée de Kant et de Schelling, qu'elle admire beaucoup et qui dit que Reid, Dugald-Stewart, etc., sont aux vrais métaphysiciens ce que de bon cuisiniers sont aux chimistes. Je trouve cela admirable de justesse et de vérité»18.

Tutto ciò potrà forse suonare un po' presuntuoso, ma vi sono altri luoghi delle lettere a Maine de Biran che certificano una effettiva maggiore familiarità di Ampère con Kant e con la filosofia tedesca rispetto al suo interlocutore. Egli impiegava disinvoltamente alcuni termini filosofici (représentation, connaissance apodictique, connaissance assertorique) «dans le sens général que les Allemands donnent à ce mot», «dans le sens que leur donne les métaphysiciens allemands, qui s'en servent très habituellement». Con caustica irriverenza, rimproverò Maine de Biran di essere «tellement accoutumé à donner au mot intuition une signification directement contraire à son sens propre que vous ne vous en appercevez pas vous-même». Aggiunse che certo non sperava che Biran si impiegasse «à ouvrir à ce sujet le premier dictionnaire» ma, allo scopo di rendere chiaro cosa intendesse, aggiunse che nessuno usava in quell'accezione il termine intuizione «à l'exception de quelques métaphysiciens allemands». Con la qual affermazione, Ampère non intendeva ironizzare genericamente sul linguaggio filosofico tedesco. Il suo bersaglio erano effettivamente solo alcuni (coloro con i quali non era d'accordo), per quanto si evince da una lettera successiva che menziona gli incontri con S. Planta. Questi infatti, definito da Ampère profondo conoscitore della filosofia tedesca, aveva lungamente intrattenuto lo scienziato su Kant e Reinhold e conformemente ad essi dava «le même sens que moi au mot intuition»19.

Infine va citato un ultimo passo di una lettera a Maine de Biran che mette inequivocabilmente in discussione l'idea secondo la quale Ampère avrebbe capito poco di Kant e quel poco gli sarebbe stato trasmesso dal suo interlocutore. Quando Ampère scrisse (febbraio 1813) che, grazie a lui, finalmente Maine de Biran aveva imparato ad apprezzare Kant, non stava attribuendosi meriti illusorii. Stava probabilmente ripensando alla lettera del 4 settembre 1812: «Mon ami, c'est ce livre de Locke et celui de Kant que vous auriez besoin de lire avant de mettre la dernière main à votre ouvrage. Vous n'avez aucune idée de Kant que l'Histoire des systèmes de philosophie [il testo di Degérando] et l'ouvrage de Villers n'ont songé qu'à défigurer par des motifs contraires. Il s'est trompé dans ses conséquences, mais comme il a profondément marqué les faits primitifs, et les lois de l'intelligence humaine!»20. Nei mesi successivi Maine de Biran fece proprio quanto consigliatogli da Ampère: si dedicò alla lettura della Critica della ragion pura21.

Ampère critico di Kant

Vista secondo l'ottica offerta dai documenti citati, la critica di Ampère a Kant assume un aspetto decisamente diverso. Non è più plausibile definirla un peccato di presunzione, un'illusione prodotta da una scarsa conoscenza della filosofia o una ripetizione delle banalità abbastanza sommarie che caratterizzarono la cultura filosofica francese in un'epoca che era ancora priva di traduzioni valide dell'opera kantiana. Sembra invece più convincente leggerla come se fosse un contributo al dibattito postkantiano che si svolse in Germania, del quale Ampère era al corrente sicuramente tramite l'opera di Degérando e la mediazione di conoscenti quali Roux-Bordier e Planta.

Secondo questa interpretazione si possono capire i riferimenti al linguaggio dei «metafisici tedeschi», la dichiarazione di stima per Schelling e un fugace referimento a Fichte in una lettera a Maine de Biran del 5 giugno 1815. Qui Ampère faceva riferimento alla questione, già molte volte dibattuta, della possibilità di conoscere immediatamente il noumeno e discuteva della necessità di considerare l'anima e la materia come due noumeni distinti. Se si ammetteva ciò, continuava Ampère, era anche necessario, così come voleva Maine de Biran, parlare della doppia facoltà dell'anima di essere modificata dalla materia e da se stessa. Oppure si poteva negare tutto ciò, «comme le disent d'autres psycologistes qui admettent la pensée et la personnalité sans que l'âme agisse sur la matière, par une sorte d'action sur elle-même à la manière de Fichte»22.

A rafforzare l'idea che la filosofia di Ampère vada riconsiderata alla luce del dibattito tedesco postkantiano è anche un manoscritto di Ampère intitolato Idées de Bouterwek, di solito ignorato dagli studiosi dello scienziato francese23. Si tratta di un'esposizione di argomenti tratti da Idee einer Apodiktik, ein Beitrag zur menschlichen Selbstverständigung und zur Entscheidung des Streits über Metaphysik, kritische Philosophie und Skeptizismus (1799), opera in due volumi di Friedrich Bouterwerk (1766-1828), professore di filosofia a Gottinga. Non ci sono indicazioni chiare riguardo al percorso seguito da Ampère per avvicinarsi a Bouterwek. D'altra parte non bisogna stupirsi troppo della sua scelta: Bouterwek fu all'epoca uno dei migliori divulgatori del pensiero di Kant, dapprima come sostenitore e poi come critico. Villers fece ampio uso delle sue opere per scrivere La philosophie de Kant, Degérando gli dedicò alcune pagine ricche di citazioni nella Histoire comparée des systèmes de philosophie. Inoltre Ampère non poteva non sentirsi attratto da questo filosofo che apprezzava Kant ma che intendeva correggere gli esiti soggettivistici del criticismo e che, secondo una citazione di Degérando, da ultimo cercò di «fonder la philosophie formelle de Kant sur un réalisme qui en est indépendent»24.

Il manoscritto di Ampère conferma quanto detto finora sulle ambizioni filosofiche delle scienziato francese. La metafisica viene definita «science des rapports nécessaire de nos idées avec cette vrai nature des choses qui est hors l'atteinte de nos sens». Il soggettivismo è presentato come il nemico da abbattere: «Les principes son objectifs et subjectifs. A l'objectif un principe ne saurait avoir de valeur qu'autant que l'on admet que par ses idées l'intelligence se porte immédiatement sur la nature réelle des choses; et sur le principe primitif de toute existence et de toute pensée. La pensée et l'existence doivent ainsi se confondre, s'unir pour ansi dire; autrement il faudrait abandonner aux fins toute valeur objective des principes». Il problema fondamentale è perfezionare la filosofia kantiana senza rinnegarla: «Or l'expérience est le produit de l'esprit et des sens; mais ni l'ésprit ni les sens ne sauraient garantir la vérité de l'expérience. La raison dans son union avec la sensibilité admet l'existence du monde extérieur, par un acte de reflexion primitif qui n'est qu'une pensée, non par un raisonnement. C'est une fonction immédiate de la raison ... Cette fonction primitive de l'intelligence est une vrai cognition, une cognition immédiate, un acte de vitalité qui s'unit avec l'existence». L'esito è fortemente ambiguo e per questo si introduce il concetto di virtualità: «L'existence des choses ne se prouve nullement par un dernier principe démonstratif quelconque; toute démonstration suppose l'acte de vie par lequel s'opère la cognition immédiate. Vouloir approfondir cet acte simple, cette virtualité, c'est vouloir s'élancer au delà de notre existence pour la contempler d'un point de vue où nous ne sommes plus nous même, ou bien où nous ne sommes pas encore». Tutto ciò, però, non intende negare la grande scoperta di Kant sull'inconoscibilità del noumeno: «En reconnaissant les choses comme existantes nous ne les connaissons que selon notre subjectivité .... Dans cette cognition il faut se garder d'appeler le principe objectif des phénomènes chose en elle-même; dans la cognition de la sensibilité il n'y a jamais la chose en elle-même. ... La pensée et l'existence ne coincident que dans le phénomène». La vera critica è per il formalismo di Kant: «A la tête des conditions organiques de la cognition est l'ame elle-même, ou l'union de la pensée et du sens intérieur. Mais la forme pure de l'ame, comme inérent à priori à la subjectivité pure n'est qu'une chimère, puisque le passage de l'objectif au subjectif est inapperceptible et qu'il est impossible de dire quelle part à la forme de l'ame doit être donné à la subjectivité et à l'objectivité». Il punto d'arrivo, l'assoluto e l'intuizione dell'assoluto, esprimono concetti abbastanza simili a quelli espressi da Schelling, anche se con un maggiore senso di incertezza: «L'idée de l'absolut se révèle elle même, tout comme l'existence relative du sujet et de l'object se révèle d'elle même. La raison par elle devient à ses propres yeux une faculté d'appercetion supérieur. ... Si l'on veut designer la cognition immédiate de l'absolu par le mot d'intuition, il y a tout aussi peut de mal que d'appeler intuition la cognition immédiate par la sensibilité. Il est toutefois beaucoup plus difficile de dire si l'absolu est un dieu, un créateur, un être distinct de la nature ou la nature elle même, que de dire ce que c'est ce que c'est qu'un objet».

Le osservazioni finali di Ampère sono di estremo interesse per comprendere la sua posizione filosofica tra Kant e i postkantiani: «Ce qui caractérise donc la philosphie de B. c'est qu'il élève la raison au dessus de ce qu'elle pourrait être comme interprète de la sensibilité .... Cependant B. n'admet point, comme d'autres philosphes allemands, ni l'intuition directe de l'absolu ni une conscience immédiate, et comme il est l'antagoniste de l'idéalisme, du matérialisme et du panthéisme, il l'est encore d'un mysticisme qui n'est ni philosophie, ni réligion, qui n'est que supérstition».

Ampère e la filosofia della natura

Innanzi al manoscritto dedicato a Bouterwek, affermare che Ampère era un seguace di Kant che non aveva compreso appieno la dottrina kantiana diventa insostenibile. E insistere nel presentare Maine de Biran come il saggio e colto filosofo che tentò di istruire (senza successo) il volonteroso ma poco dotato spirito filosofico del grande scienziato, appare una sorta di caricatura. Molto più credibile è invece pensare che il lungo e talvolta aspro discutere tra i due corrispondenti avesse lo scopo di conciliare posizioni molto lontane. Maine de Biran non era kantiano e aveva maturato la propria filosofia in un ambiente, quello francese degli idéologues, che di Kant si era interessato poco e male. Ampère, invece, aveva scorto nel criticismo l'ineliminabile punto di partenza per una filosofia rigorosa che fosse allo stesso tempo teoretica e pratica.

Si può dunque capire perché, nonostante le reiterate obiezioni di Maine de Biran, Ampère non abbia mai abbandonato il progetto di una revisione in senso realistico della filosofia kantiana. Lungi dall'essere un ostinato cattivo interprete del criticismo, Ampère cercò di lavorare su di esso secondo un progetto che aveva molti esempi in Germania e che, nel caso di Bouterwek, gli era congeniale. Ampère elogiò ripetutamente Kant («on ne peut douter que Kant n'ait ouvert une nouvelle route à l'esprit humain») ma lo criticò come i molti filosofi che scoprono idee vere e che «ne voyent plus en métaphysique que les principes qu'ils ont découverts»25. Scrisse ripetutamente che «nous connaissons immédiatement le phénomène ... il ne peut être le sujet d'un doute ou d'une erreur ... nous ne pouvons connaitre le noumène que médiatement, par l'intermède du phénomène». Ma saggiamente aggiunse che mentre tutti hanno le medesime idee sul fenomeno, il noumeno era cagione delle più aspre battaglie: tra coloro che ne negavano l'esistenza (idealisti) e coloro che ne ammettevano uno solo (panteisti); tra i sostenitori della sua inconoscibilità (criticisti) e coloro che parlavano di noumeni solo spirituali (spiritualisti) o solo materiali (materialisti). In questa varietà, egli abbracciava il realismo, l'opinione di «ceux qui admettent également les uns et les autre avec les qualités qu'on leur attribuye généralement, et se forment à axaminer la nature de ces qualités et la manière dont nous parvenons à les connaitre»26.

Tutto ciò non era espressione di un ingenuo autocompiacimento, maturato nella solitudine e al di fuori del contesto filosofico del proprio tempo. Affermazioni come quelle rintracciabili nei manoscritti di Ampère erano molto diffuse nel dibattito tedesco postkantiano, e in particolare erano presenti nell'opera di Bouterwek sulla quale Ampère meditò. E' vero che in Francia egli non trovò spesso chi mostrasse simpatia per il suo progetto filosofico. Eppure proprio l'entusiasmo delle sue lettere, così evidente quando nominava i colloqui con Planta o Roux-Bordier sulla metafisica tedesca, concorre a mostrare che egli guardava a un altro contesto filosofico.

Probabilmente la vocazione scientifica di Ampère giocò un ruolo importante nell'orientarlo a occuparsi di filosofia tedesca. Da parte dei francesi si era combattuta una battaglia contro la metafisica come sistema, presso i tedeschi proliferavano i sistemi poggianti sull'architettura delle tre critiche. Con la sua aspirazione alla sistematicità, la filosofia postkantiana di lingua tedesca esibiva la necessità di un pensiero che guardasse alla realtà in ogni suo ambito e che non abbandonasse a se stessa una forma fondamentale della modernità, la conoscenza scientifica della natura. Da questo punto di vista, la vocazione degli idéologues a una filosofia scientifica non dava alcuna garanzia al sopravvivere di una scienza filosofica. La posizione antimaterialistica di Maine de Biran, che contribuiva a recidere ogni residuo legame tra filosofia e scienza, doveva sembrare ancora meno attraente allo scienziato e filosofo Ampère. Molto meglio era guardare a ciò che accadeva oltre il Reno, dove si poteva trovare una speculazione che aveva la forza di affrontare quelli che - per Ampère - erano i punti deboli del criticismo (il formalismo e l'idealismo) e che aveva il coraggio di andare oltre Kant senza dimenticarne la lezione. E uno dei momenti della lezione era che la filosofia non potesse abbandonare la natura alla scienza e la scienza a se stessa.

Tra coloro che cercarono di perfezionare il kantismo, Bouterwek rappresentò, agli occhi di Ampère, un esempio da seguire. Capace di dare respiro sistematico alla sua opera, critico ma non polemico verso Kant (non perse mai il senso della misura e riconobbe sempre l'assoluta grandezza di Kant), audace nel tentativo di giustificare il realismo, Bouterwek seppe dare un contributo anche alla questione del rapporto tra filosofia e scienze. Nella Anleitung zur Philosophie der Naturwissenschaften (1803), scrisse che «la filosofia della natura è la teoria della possibilità di un sistema delle forze della natura» e che senza una fondazione filosofica delle scienze non sarebbe stato possibile comprendere il concetto di forza naturale e sviluppare un sistema delle forze naturali. Di Kant ricordò il contributo a una filosofia della natura che però si rivelò incompleta, poiché fondava la statica e la meccanica ma non la chimica o la fisiologia. A Schelling attribuì il merito di avere riportato in auge la filosofia della natura nella sua completezza; e allo stesso Schelling riconobbe di essere debitore per alcuni concetti, principi e risultati della propria concezione27. L'idea di filosofia della natura come struttura sistematica delle scienze trovò una felice definizione in un articolo apparso sull'allora celebre rivista diretta dallo stesso Bouterwek, il Neues Museum der Philosophie und Litteratur: «la filosofia della natura è sistema delle forze naturali secondo un unico principio, per mezzo del quale le scienze empiriche si collegano alla filosofia propriamente detta senza identificarsi con essa»28.

Non siamo in grado di stabilire se Ampère poté conoscere questi scritti di Bouterwek. Data la fama del filosofo di Gottinga, e in particolare della sua rivista, e ammesso l'interesse che Ampère gli dimostrò nei manoscritti e nella corrispondenza, è possibile. Se si concede che questo effettivamente accadde, si possono comprendere meglio alcune istanze teoriche di Ampère che ebbero un ruolo importante anche nella sua attività scientifica.

In una lettera del 20 settembre 1823, commentò con queste parole la lettura di alcuni «importanti» mémoires all'Académie des Sciences: «Voilà les courants électriques qui produisent: d'une part, les actions chimiques; de l'autre, la digestion et le contractions des muscles. Tout est ramené au même principe d'action dans la nature par des expériences et des observations dont c'est là une conséquence nécessaire. D'un autre côté, on détermine directement le rôle psychologique et locomoteur des diverses parties du système encéphalique et spinal; une poule vit six mois après l'ablation complète des deux lobes du cerveaux, dans un état semblable à celui des somnambules naturels, etc.»29. Sono parole che richiamano quelle pronunciate due decenni prima davanti all'Académie lionese. In quella prima occasione, i commenti dei colleghi non furono favorevoli: l'idea di un grande sistema filosofico nel quale elaborare una concezione unitaria dei fenomeni naturali sembrò confusa, venata di irrazionalismo. Non era certo una reazione inaspettata: in quell'occasione, Ampère esibì una dedizione alla causa di Schelling e della Naturphilosophie che non poteva suscitare simpatia presso una cultura dominata dagli idéologues in campo filosofico e da Laplace in campo scientifico. Inoltre lo stesso Ampère non era in grado di persuadere i propri interlocutori: stava esprimendo opinioni che ancora non aveva fatto proprie; in quel momento Schelling non era per lui che un affascinante pensatore delle cui idee aveva sentito parlare in modo sommario.

Nel corso degli anni, con lo studio della filosofia tedesca, sviluppò opinioni molto più solide e difendibili sul senso e il valore di una filosofia della natura. Il giudizio sulla grandezza di Kant e Schelling rispetto ai filosofi della scuola scozzese appartiene al medesimo periodo (1813) nel quale in Francia si imposero all'attenzione della comunità scientifica le Recherches sur l'identité des forces chimiques et électriques di Oersted. Se si tiene conto che lo scienziato danese, oltre che ispiratore delle ricerche che portarono Ampère alla sintesi di elettricità e magnetismo, fu anche un importante sostenitore della Naturphilosophie; e se si tiene conto che la filosofia della natura di Oersted guardava a Schelling ma non dimenticava il solido impianto razionalistico kantiano30, si può cogliere la continuità del progetto di Ampère per una concezione unitaria delle forze naturali tra il 1801, gli scritti sull'elettromagnetismo di vent'anni dopo e l'entusiasmo per le scoperte sulle relazioni tra chimica e fisiologia nella lettera del 1823.

Sarebbe tuttavia errato guardare ad Ampère come a un sostenitore di Schelling. E' probabilmente più accurato considerarlo uno dei molti interpreti della filosofia della natura schellinghiana. Riconoscere la familiarità dello scienziato francese con il dibattito postkantiano tedesco, con il realismo di Bouterwek e con la filosofia della natura che lo stesso Bouterwek ritenne affine a quella di Schelling, consente infatti di trarre alcune conclusioni. La propensione di Ampère verso alcuni temi della Naturphilosophie non può essere valutata come un travisamento delle posizioni kantiane e un avvicinamento all'irrazionalismo. Pur di allontanare la figura di Ampère dalle posizioni schellinghiane, la storiografia non ha esitato a parlare di un mediocre filosofo che non seppe capire Kant. Se invece si ammette che Ampère meditò sulla filosofia con riferimento agli sviluppi del kantismo in Germania, si può benissimo comprendere in che senso egli ritenne di poter contestare Kant e di poter sposare alcune tesi della Naturphilosophie senza abbandonare il razionalismo. La presenza di Bouterwek tra le letture di Ampère prova e allo stesso tempo spiega l'ambizione di Ampère a sviluppare una filosofia che potesse effettivamente collaborare con la scienza per comprendere il mondo. Realismo e filosofia della natura, razionalismo e ricerca scientifica furono per Ampère aspetti di un medesimo modo di fare ricerca.

Conclusione

Il fine di queste pagine non è certamente quello di procedere a una rivalutazione di Ampère come filosofo. Nonostante i suoi sforzi e il suo impegno, la sua originalità e la sua capacità argomentativa furono effettivamente ridotte rispetto ai pensatori del suo tempo, compresi quelli che i manuali hanno definito filosofi minori (come Bouterwek, ad esempio). Ma non è il posto di Ampère in un manuale di storia della filosofia che bisogna rivendicare. Bensì il riconoscimento di una sua identità filosofica, per quanto non originale, che consenta di rileggere con maggiore comprensione la sua dedizione a scienze diverse, sempre animato da un'ansia di collegare, unificare, sistematizzare. Fino a quando la metafisica di Ampère sarà ridotta agli innumerevoli tentativi di classificare le scienze, a una cattiva comprensione della dottrina kantiana e a un'ambizione poco comprensibile a discutere alla pari con Maine de Biran, Ampère filosofo e Ampère scienziato continueranno a restare due entità stranamente separate, pur essendo la stessa persona.

1  C. Blondel, A.-M. Ampère et la création de l’électrodynamique (1820-1827), Paris, Bibliothèque Nationale, 1982, pp. 175-76. Per le citazioni e le considerazioni sull'assenza del mémoire tra i manoscritti di Ampère, cfr. pp. 61-62.

2   K. Caneva, "Ampère, the etherians, and the Oersted connexion", The British Journal for the History of Science, 13, 1980, pp. 121-138.

3  James R. Hofmann, André-Marie Ampère, Oxford, Blackwell, 1995, pp. 144-164.

4  Ampère, Mémoire destiné à un Concours ouvert par l'Institut en l'an XI sur l'analise de l'entendement, manoscritto, Archives de l’Académie des Sciences, Papiers de A.M. Ampère, Cart 16, Chap 16, Chemise 261, f. 1. Alla prima scadenza il premio non venne assegnato. Il concorso venne ribandito per l'anno XII e infine assegnato a Maine de Biran.

5  Hofmann, op. cit., pp. 144-46 e 362.

6  Hofmann, op. cit., pp. 147-50. Tra le esposizioni della prima Critica kantiana avvicinate da Ampère, Hofmann cita J. Kinker, Essai d'une exposition succunte de la critique de la raison-pure, trad. par J. Févre, Amsterdam, Changuion & den Hengst, 1801 e C. Villers, Philosophie de Kant, 1801.

7  Correspondance philosophique Maine de Biran - Ampère, cit., p. 20.

8  Correspondance, cit., p. 167 (1 dicembre 1808). In una lettera precedente (20 ottobre 1808) aveva lamentato: «vous avés imité Kant» (p. 143).

9  Correspondance, cit., p. 199 (17 giugno 1810, lettera di Ampère) e p. 205 (15 luglio 1810, lettera di Maine de Biran).

10  Correspondance, cit., p. 215 (9 agosto 1810) e p. 222 (18 settembre 1810).

11  Correspondance, cit., pp. 346-47.

12  Correspondance, cit., pp. 349-52 e 359-61 (febbraio 1813); p. 437 (marzo 1817). I temini realismo e idealismo sono di Ampère.

13  M. Vallois, La formation de l'influence kantienne en France, Paris, Alcan, 1924, p. 120.

14 «Des progrès de la philosophie en Allemagne pendant le XVIIIe siècle», La revue philosophique, littéraire et politique, 47, an XIV (1805), pp. 135-145, 207-219. «Philosophie intellectuelle», Magasin encyclopédique, 1(I), an III (1795), pp. 428-429. «Etat présent de la Philosophie en Allemagne», Magasin encyclopédique, 3 (VI), an VI (1798), pp. 63-68. A. Keil, «Notice sur la philosophie et les ouvrages de Kant», Magasin encyclopédique, 2(III), an IV (1796), pp. 159-181. «Observations sur le sentiment du beau et du sublime, par Emmanuel Kant» (Recensione), Magasin encyclopédique, 2(II), an IV (1796), pp. 175-178. «Projet de paix perpétuelle. Essai philosophique, par E. Kant» (Recensione), Magasin encyclopédique, 2(III), an IV (1796), pp. 310-323. «Geist der speculativen Philosophie, 1791-1797, par Dietrich Tiedemann» (Recensione), Magasin encyclopédique, 3 (IV), an VI (1797), pp. 52-59.

15  «Philosophie», Bibliothèque germanique, an VIII (1799), pp. 515-541. «Philosophie», Bibliothèque germanique, an IX (1800), pp. 406-409.

16  J.-M. Degérando, Histoire comparée des systèmes de philosophie, relativement aux principes des connaissances humaines, 3 tomes, Paris, Henrichs, an XII (1804).

17  Correspondance, cit., p. 138 (20 ottobre 1808); p. 351 (inizio 1813); p. 372 (marzo 1813); p. 423 (5 giugno 1815).

18  Correspondance du Grand Ampère, publiée par L. de Launay, 3 tomes, Paris, Guathier-Villars, 1936-43, p. 298. Questa lettera è riportata anche nella Correspondance philosophique Maine de Biran - Ampère, cit., pp. 367-368, dove si conferma la correzione della datazione proposta da Henri Gouhier: fine febbraio 1813 invece di fine febbraio 1806 (secondo de Launay).

19  Correspondance, cit., p. 250 (11 gennaio 1812) e p. 281 (15 marzo 1812); p. 287 (24 aprile 1812); p. 292 (22 maggio 1812). Lettere di Planta a Ampère (sul criticismo e il realismo razionale, su Kant e sul principio di Reinhold a proposito della non-rappresentabilità della cosa in sé) sono conservate a Prigi tra i manoscritti di Ampère (Archives de l’Académie des Sciences, Papiers de A.M. Ampère, Cart 18, Chap16, Chemise 281).

20  Correspondance, cit., pp. 317-18.

21  Correspondance, cit., p. 326.

22  Correspondance, cit., p. 413.

23  Archives de l’Académie des Sciences, Papiers de A.M. Ampère, Cart 18, Chap16, Chemise 280. Il manoscritto non è datato, ma indicazioni per una sua collocazione vengono dal carteggio con Maine de Biran. Questi, in una lettera dell'agosto 1807, menzionò il concetto, appartenente a Bouterwek (e probabilmente appreso da Degérando), di virtualità. Ampère, dal canto suo, nominò più volte la nozione di apodittica, nel senso di Bouterwek, negli anni 1812-13.

24  Degérando, Histoire comparée, cit., p. 318 (Dégerando citò dalla pag. 21 dell'opera di Bouterwek). Su Bouterwek, cfr. L. Marino, I maestri della Germania. Göttingen 1770-1820, Torino, Einaudi, 1975, pp. 22 e 185-198.

25  Ampère, Observations sur la philosophie de Kant, Archives de l’Académie des Sciences, Papiers de A.M. Ampère, Cart 18, Chap16, Chemise 281.

26  Ampère, De la nature et des limites de nos connaissances, Archives de l’Académie des Sciences, Papiers de A.M. Ampère, Cart 19, Chap16, Chemise 287.

27  F. Bouterwek, Anleitung zur Philosophie der Naturwissenschaften, Göttingen, Vandenhoek-Ruprecht, 1803, pp. IV, 37-38

28  F. Bouterwek, «Von der Naturphilosophie nach der Ideen einer Apodiktik», Neues Museum der Philosophie und Litteratur, herausgegeben von F. B., Ersten Bandes Erstes Heft, Leipzig, Martini, 1803, pp. 91-122; Zweiten Bandes zweites Heft, 1804, pp. 25-44 (la citazione è tratta da p. 27).

29  Correspondance du Grand Ampère, publiée par L. de Launay, cit., p. 638.

30  Su Oersted e la Naturphilosophie, cfr. il classico articolo di R. C. Stauffer, "Speculation and experiment in the backgroung of Oersted's discovery of electromagnetism", Isis, 47-48, 1956-57, pp. 33-50. Si veda poi F. Moiso, "H. C. Oersted filosofo della natura e la scoperta dell'elettromagnetismo", in AA. VV., Romanticismo Esistenzialismo Ontologia della libertà, Milano, Mursia, 1979, pp. 96-119.